Il Portogallo affronta un deficit abitativo accumulato di 300.000 case nell'ultimo decennio, con 59.000 alloggi pre-certificati che sono rimasti da costruire negli ultimi tre anni. Secondo l'articolo, questa situazione non deriva dalla speculazione o dall'avidità dei promotori immobiliari, ma dall'inviabilità economica. La tassazione rappresenta circa il 40% del valore finale di una casa, a cui si aggiungono processi di licenziamento imprevedibili, burocrazia eccessiva, costi elevati dei terreni e requisiti tecnici inadeguati.
Il settore privato afferma di voler costruire di più per la classe media, per le famiglie che riescono a pagare fino a 300.000 euro per una casa, considerando che esiste un mercato enorme con domanda repressa. Tuttavia, con l'attuale cumulazione di costi e l'impossibilità di garantire tempi di licenziamento, il segmento dell'edilizia abitativa per i redditi medi non è economicamente sostenibile. L'imprevedibilità regolatoria è descritta come il problema più profondo, con costi diretti che si trasferiscono sul prezzo finale o rendono i progetti non realizzabili.
L'articolo sottolinea che il Portogallo ha un parco abitativo pubblico di solo circa il 2% del totale, uno dei valori più bassi in Europa, e che non esiste capacità statale per sostituire il settore privato nella risposta alla crisi abitativa. Il testo riconosce che i promotori e gli investitori immobiliari hanno sostenuto l'offerta esistente negli ultimi decenni e che la situazione attuale sarebbe sostanzialmente peggiore senza di loro.
Il settore chiede un quadro regolatorio con tempi di licenziamento prevedibili e vincolanti, regole stabili applicate in modo uniforme e un carico fiscale che permetta di costruire per chi ne ha più bisogno. L'articolo conclude che le riforme approvate dal Governo e dall'Assemblea della Repubblica stanno già rispondendo a questa cumulazione di costi, rafforzando la sostenibilità economica dei progetti e conferendo maggiore prevedibilità al settore.




