Ci sono università dove i corridoi ospitano conversazioni e gli studenti trovano docenti con cui vale la pena discutere e crescere. In contrasto, l'articolo descrive l'Università di Madeira come un ambiente dove si entra con cautela, come chi attraversa un campo minato, dove le conversazioni avvengono a bassa voce e le opinioni si tengono per sé fuori dal campus.
Il testo critica una gestione che si difende invece di riconoscere gli errori, puntando il dito contro il potere concentrato e una cultura di intimidazione dove il dissenso ha conseguenze. Sottolinea anche la perpetuazione dell'incompetenza, argomentando che il merito non è mai stato il criterio principale.
Gli studenti che hanno scelto di rimanere a Madeira per studiare affrontano piani di studio apparentemente progettati per la convenienza di chi li propone, instabilità del corpo docente con professori che arrivano e partono, contratti che non vengono rinnovati, e aree di conoscenza che dipendono da persone con rapporti così precari che nessuno studente sa se il professore sarà lì per terminare il semestre.
L'articolo conclude che un'università pubblica in una regione autonoma non può essere un'estensione della volontà di chi la gestisce, ma un'istituzione finanziata e destinata al popolo. Quando la gestione si inverte e l'istituzione inizia a esistere per servire chi la gestisce, questo costituisce cor




