L'articolo di José Figueiredo Santos analizza il linguaggio utilizzato da un ministro che si è riferito alle persone senza dimora come "vagabondi", successivamente corretto in "senza dimora". L'autore considera che questa sostituzione lessicale è lontana dall'essere una questione meramente linguistica, rivelando una concezione della povertà pericolosamente vicina a una logica poliziesca.
L'autore sostiene che la parola "vagabondo" trasporta giudizi morali che interpretano la povertà come un fallimento individuale, mentre "senza dimora" identifica una condizione sociale senza attribuire un'identità morale alla persona. Quando la persona senza abitazione è vista come "vagabonda", smette di essere considerata come soggetto di diritti e passa a essere trattata come oggetto di sorveglianza e controllo.
L'articolo mette in guardia contro il pericolo di un approccio che trasforma la povertà in una questione di polizia anziché in un problema sociale. Quando la risposta alla presenza di persone senza dimora nello spazio pubblico si limita a domande come "come rimuovere i senza dimora da quello spazio?" invece di "come risolvere la situazione di senza dimora?", la povertà non scompare, ma diventa meno visibile.
L'autore conclude che il dibattito sul linguaggio è anche un dibattito politico, poiché le parole non solo descrivono la realtà, ma aiutano a costruirla. La differenza tra "vagabondo" e "senza dimora" rappresenta la scelta tra controllare la povertà e combatterne le cause, chiedendo che si riconosca l'autonomia individuale senza trasformare questa autonomia in una scusa per l'indifferenza collettiva.




