La questione della lingua è intrinsecamente legata alla configurazione e alla pratica del potere in Africa. I paesi africani sono designati come anglofoni, arabofoni, francofoni e lusofoni, il che riduce erroneamente la ricca e diversificata realtà sociolinguistica del continente. Paesi come Capo Verde, Guinea-Bissau, Sierra Leone, Etiopia, Senegal, Mali e Tanzania non possono assumere designazioni attraverso le loro lingue native, come il creolo, l'amarico, il wolof, il bambara o lo swahili, a causa del rischio di conflitti politici e militari.
Per svolgere le funzioni di primo ministro o Presidente della Repubblica in Africa, è diventata condizione obbligatoria dominare una lingua coloniale, senza necessità di conoscere alcuna lingua africana. Questa realtà si estende ai leader dei movimenti nazionalisti, come Amílcar Cabral ed Eduardo Mondlane, che difesero l'utilizzo del portoghese come strumento di unità nazionale per superare la frammentazione etnico-linguistica. In Asia, la situazione è diversa, poiché i leader che non dominano la lingua nazionale o locale rimangono impossibilitati a esercitare il potere.
I regimi coloniali diffusero le lingue africane attraverso amministratori, coloni e missioni cattoliche e protestanti con l'obiettivo strategico di rendere impossibile la costituzione di movimenti politici di contestazione. La difesa delle lingue africane nel periodo coloniale non fu mai un argomento innocente, ma piuttosto una forma efficace di preservazione del potere coloniale. Questo modello politico servì come anticamera delle politiche linguistiche del regime dell'Apartheid in Sud Africa, che promuovevano la valorizzazione politica delle lingue locali per sostenere la segregazione.
Attualmente, quando i regimi politici africani difendono la valorizzazione delle lingue native, l'obiettivo principale è rafforzare la loro legittimità e autorità politica. Tuttavia, la valorizzazione delle lingue africane deve avvenire in un processo di valorizzazione preventiva del soggetto stesso detentore di quella lingua, col rischio di adottare la pratica coloniale e la logica del regime dell'Apartheid.




