L'articolo di opinione di João Tovar affronta il dibattito sulle pensioni basse in Portogallo, mettendo in discussione la tendenza mediatica e politica di concentrarsi solo sul clamore morale riguardo ai pensionati che ricevono 300 o 400 euro mensili, senza considerare le carriere contributive di queste persone. L'autore sostiene che una pensione contributiva non è un premio dello Stato, ma il risultato di regole che mettono in relazione contributi e prestazioni, e che la matematica che sostiene l'economia non ha lacrime.
Il testo distingue due situazioni diverse: persone che non hanno potuto contribuire adeguatamente a causa di un Portogallo più povero, bassa istruzione e rapporti di lavoro rudimentali, e persone che, potendo contribuire, hanno scelto di non farlo pienamente, optando per un maggiore reddito disponibile nel presente invece che per una protezione futura. L'autore riconosce che la funzione redistributiva dello Stato si giustifica pienamente per il primo gruppo, ma difende che l'eccezione non può trasformarsi in regola.
L'articolo identifica quattro problemi derivanti dalla confusione tra sistemi contributivi e assistenza sociale: la giustizia contributiva, poiché non è giusto avvicinare i benefici di chi ha contribuito per quarant'anni a chi è stato fuori dal sistema; gli incentivi, poiché lo Stato che corregge a posteriori riduce il beneficio di contribuire pienamente; il costo di bilancio, che non scompare anche ricevendo il nome di "giustizia sociale"; e la credibilità del sistema, poiché i contributi diventano un' scommessa invece che un contratto intertemporale.
L'autore conclude difendendo una politica che separi la lotta alla povertà nella vecchiaia attraverso strumenti sociali trasparenti, preservando nel sistema contributivo una chiara relazione tra pagamenti e benefici. Difende che la solidarietà deve correggere la mancanza di opportunità, non cancellare la responsabilità delle scelte, e che la pena non deve essere confusa con la politica.




