Una tecnica di farmacia francese che ha iniziato a lavorare nel 1998 in una farmacia nel sud della Francia è stata licenziata nel 2017 per non essere in possesso del diploma legalmente richiesto per la posizione. La situazione è rimasta inosservata per quasi tre decenni fino a quando nuovi proprietari hanno analizzato la documentazione dei lavoratori e hanno rilevato l'irregolarità. Un'ispezione dell'Agenzia Regionale della Salute ha confermato ufficialmente l'assenza di qualifiche, il che ha portato alla sospensione e al successivo licenziamento della dipendente per presunta mancanza grave.
La lavoratrice ha sempre contestato di aver nascosto informazioni, difendendo che la situazione era internamente nota da anni. Il contenzioso si è trascinato attraverso i tribunali, con decisioni contraddittorie: nel 2021, il tribunale del lavoro ha considerato il licenziamento infondato e ha condannato il datore di lavoro a pagare 34.800 euro di risarcimento. Tuttavia, due anni dopo, il Tribunale d'Appello ha dato ragione al datore di lavoro, argomentando che la lavoratrice aveva violato il dovere di lealtà.
La situazione è nuovamente cambiata quando è intervenuta la Corte di Cassazione, concludendo che non era possibile attribuire esclusivamente alla dipendente la responsabilità per un'irregolarità che la stessa azienda aveva permesso per decenni senza effettuare le verifiche necessarie. I giudici hanno considerato che il datore di lavoro aveva l'obbligo di confermare se i lavoratori soddisfacevano tutti i requisiti legali per esercitare la professione.
Il processo tornerà al Tribunale d'Appello per una nuova valutazione, ma la decisione della Corte di Cassazione stabilisce un precedente rilevante sulla responsabilità delle aziende nella verifica delle qualifiche professionali dei lavoratori, rafforzando che le mancanze amministrative prolungate non possono essere automaticamente imputate al lavoratore.




