La Relazione Draghi sulla competitività europea ha compiuto due anni il 9 settembre, e il bilancio della sua implementazione è negativo. Secondo un think tank che monitora l'attuazione delle proposte, solo il 15,7% delle raccomandazioni sono state implementate nel complesso, e circa il 6% nel settore digitale e tecnologico. Alessandro Gropelli, direttore generale della Connect Europe, che rappresenta i principali operatori europei a Bruxelles, inclusa Meo, è ancora più critico: nelle telecomunicazioni, non è stato implementato nulla.
Gropelli identifica tre fonti di resistenza all'implementazione: gli Stati membri, le lobby e le potenze straniere. Come esempio, riferisce che l'idea di obbligare le grandi aziende tecnologiche a contribuire finanziariamente per l'uso delle reti europee, nota come "fair share", è stata "uccisa nell'accordo commerciale tra l'Unione Europea e gli USA". Il Digital Networks Act, che includeva proposte sullo spettro, è stato proposto dalla Commissione Europea, ma non è stato ancora deciso né implementato nulla.
Il responsabile sostiene che l'Europa è rimasta indietro nel 4G e nel 5G, e avverte che non vuole vedere la stessa situazione ripetersi nel 6G. Gropelli traduce il rischio in esempi concreti: la capacità di un porto europeo di competere con un porto cinese, o la possibilità che un costruttore automobilistico abbia una struttura di costi moderna e sostenibile. "Non è un caso che siamo indietro nella competitività", afferma, sottolineando che la crescita in Cina e negli USA è guidata dalla tecnologia.
Sulla questione degli investimenti, Gropelli riconosce che gli operatori di telecomunicazioni devono competere nei mercati finanziari per il capitale, scegliendo tra investire in infrastrutture europee o allocare risorse per altre aree. La scelta, secondo lui, è chiara: mettere soldi in un operatore europeo o in uno americano, e questo determina quanto gli operatori europei possono investire nelle reti.




