L'articolo "L'autenticità è il nuovo lusso" descrive uno scenario per il 2026 in cui proliferano contenuti superficiali travestiti da profondità: influencer che pubblicavano solo emoji passano a scrivere saggi filosofici, e articoli di opinione rivelano l'assenza di un'opinione genuina, riducendosi a luoghi comuni. L'autore compara il mondo dei contenuti alla "Fiera dell'Orologio", dove marchi falsi come Naike, Abibas e Locaste passano per originali.
L'IA viene descritta come un "Ozempic aziendale" usato indiscriminatamente, con un'attenzione eccessiva rivolta alla forma a scapito del contenuto. Nel rapporto tra clienti e agenzie, si è passati da brief inesistenti a compendi quasi accademici che definiscono ogni deliverable con esigenze che gli stessi clienti non riescono a valutare, generando preventivi che rendono impossibile la partecipazione ai bandi.
L'autore manifesta apprezzamento per l'IA come strumento per chi non ha risorse, ma critica chi la usa per lavorare meno compromettendo il pensiero critico, o chi crede di poter fare affari con l'IA dopo un semplice corso di due giorni su prompt engineering. Sottolinea l'ironia tra chi beneficia dell'IA e chi ha perso clienti o lavoro producendo contenuti per i social media.
L'articolo conclude che, nell'era dell'IA, il valore dell'autenticità è aumentato. Le persone cercano testi genuini con opinioni che aggiungano qualcosa, design che rifletta valori specifici e soluzioni pensate per loro. L'IA non è venuta a sostituire il talento, ma ad esporlo: chi ha pensiero critico, esperienza e voce propria lavora meglio e più velocemente, mentre chi non ce l'ha produce più rapidamente solo ciò che era già




